mercoledì, 9 Settembre, 2026
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AMAZFIT CHEETAH 2 ULTRA: IL NUOVO ALLEATO PER LE SFIDE (ANCHE QUELLE ESTIVE)

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Lo smartwatch di ultima generazione promette prestazioni fuori dal comune per chi vive la montagna. Con un’autonomia record e una cartografia offline dettagliata, il nuovo nato in casa Amazfit si candida a diventare lo strumento indispensabile per affrontare le gare di lunga distanza e gli allenamenti più duri nel cuore della natura.

Per noi che consideriamo i sentieri di montagna come la nostra seconda casa, l’attrezzatura non è solo un vezzo, ma una necessità tecnica. Che si tratti di affrontare un’uscita con gli sci da fondo in inverno o un trail tecnico in estate, la precisione dei dati e l’affidabilità del supporto tecnologico fanno la differenza tra una giornata epica e un rientro difficoltoso. Con il lancio dell’Amazfit Cheetah 2 Ultra, il brand punta dritto al cuore delle esigenze dei fondisti e dei runner che non temono le lunghe distanze, offrendo uno strumento che sembra progettato proprio per chi non vuole compromessi.

Prestazioni e navigazione senza confini. Il primo dato che colpisce è la batteria: fino a 30 giorni in utilizzo standard e ben 60 ore con GPS ad alta precisione attivo. Per chi partecipa a ultra-trail da 160 km o si cimenta in lunghe traversate alpine, significa non dover più temere lo schermo nero a metà percorso. Ma è la navigazione a fare il vero salto di qualità: le mappe topografiche a colori sono offline, permettendo di orientarsi tra forcelle e boschi anche senza segnale telefonico. L’orologio fornisce in tempo reale pendenze, dislivelli e indicazioni vocali su salite e discese, un aiuto fondamentale quando la stanchezza inizia a farsi sentire e la lucidità viene meno.

Resistenza estrema per ambienti ostili. La montagna sa essere imprevedibile, tra bruschi cali termici e rocce taglienti. Il Cheetah 2 Ultra risponde con una cassa in titanio di grado 5 e un vetro zaffiro a protezione di un display AMOLED da 3000 nit, che garantisce una visibilità perfetta anche sotto il sole più accecante dei ghiacciai. La certificazione di livello militare assicura che il dispositivo resista a urti e temperature estreme, mentre la torcia bicolore integrata (bianca e rossa) e la modalità SOS aggiungono un livello di sicurezza attiva che ogni sportivo di montagna sa apprezzare durante le sessioni notturne.

Dati fisiologici per una performance consapevole.Oltre alla navigazione, ciò che conta è come il nostro corpo reagisce allo sforzo. Il nuovo smartwatch monitora parametri cruciali come la soglia del lattato, il carico di allenamento e la variabilità della frequenza cardiaca per valutare lo stato del sistema nervoso. Per noi che spesso dobbiamo gestire il recupero tra una gara e l’altra, funzioni come il BioCharge e il Jet Lag Manager diventano strumenti preziosi per ottimizzare la preparazione. Con 64 GB di memoria e la compatibilità con Strava e TrainingPeaks, l’integrazione nell’ecosistema di chi si allena seriamente è completa.

Info point: www.amazfit.com

LA LEGACY OLIMPICA CONTINUA CON IL TOUR DE SKI E LA COPPA DEL MONDO

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Il calendario invernale 2026/2027 conferma la centralità della valle trentina nel panorama internazionale del fondo, della combinata e del salto. Dagli storici trampolini di Predazzo all’iconica Final Climb del Cermis, la macchina organizzativa di Nordic Ski Val di Fiemme è già pronta per una nuova stagione di grandi sfide.

La Val di Fiemme si prepara a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia sportiva, confermandosi punto di riferimento per le discipline nordiche anche dopo l’importante eredità dei Giochi Olimpici. A seguito del FIS Technical Spring Meeting di Portorose, il calendario della stagione 2026/2027 è ufficiale: la vallata trentina sarà ancora una volta il palcoscenico naturale per i più grandi campioni della neve, garantendo quella continuità organizzativa che la contraddistingue sin dalla prima edizione del Tour de Ski.

L’arrivo di Barp al TdS 2026 – Newspower.it Trento www.newspower.it

Il ritorno del Tour de Ski e le sfide sul Cermis. L’appuntamento più atteso è fissato dall’8 al 10 gennaio 2027, quando la Val di Fiemme ospiterà la finale della 21ª edizione del Tour de Ski. Il programma prevede l’apertura con lo skiathlon a Lago di Tesero venerdì 8, seguito dalla sprint in tecnica libera sabato 9. Il gran finale, come da tradizione, sarà affidato all’estenuante scalata dell’Alpe Cermis domenica 10. Se in campo maschile gli occhi sono puntati sul fenomenale Johannes Klæbo, a caccia del sesto sigillo, tra le donne si attende l’erede di Jessie Diggins, che ha lasciato il mondo dell’agonismo al termine della passata stagione.

Dallo skiroll alla combinata nordica. L’attività agonistica non attenderà però il cuore dell’inverno. Già dal 18 al 20 settembre 2025, la valle ospiterà le finali di Coppa del Mondo di skiroll, un evento che farà da ponte verso la stagione fredda. Successivamente, dall’11 al 13 dicembre, i riflettori si sposteranno sulla Coppa del Mondo di Combinata Nordica maschile e femminile, impegnando i siti di Predazzo e Lago di Tesero. Poco prima di Natale, il 19 e 20 dicembre, sarà invece il turno della Continental Cup di salto speciale, un’occasione preziosa per valorizzare i trampolini rinnovati del centro del salto Giuseppe Dal Ben.

La visione futura e la legacy territoriale. Il presidente di Nordic Ski Val di Fiemme, Pietro De Godenz, ha espresso grande soddisfazione per i risultati ottenuti nel meeting sloveno, sottolineando come la fiducia della FIS sia il frutto di una sinergia collaudata tra istituzioni, comitato organizzatore e volontari. L’obiettivo dichiarato è mantenere vive le strutture olimpiche, guardando già alle Olimpiadi giovanili (YOG) del 2028 e a una possibile quarta candidatura per i Campionati del Mondo. La legacy post-olimpica non è dunque solo un concetto astratto, ma un piano concreto fatto di competizioni di altissimo livello.

Info point: www.fiemmeworldcup.com

SARTORIA DA CAMPIONI: CON “BACK ON TRACK” SPORTFUL ALLUNGA LA VITA AL TUO ABBIGLIAMENTO

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Il gruppo MVC apre le porte della sua officina artigianale ai piedi delle Dolomiti per offrire un servizio di riparazione tecnica dedicato a tutti gli sportivi, fondisti compresi. Un’iniziativa che fonde l’eccellenza della prototipia per i professionisti con una visione profondamente sostenibile del futuro outdoor, permettendo di rigenerare le tute da fondo Sportful così come i capi Castelli e Karpos.

Fonzaso (BL), 5 maggio 2026. C’è un filo invisibile che lega i campioni dello sci di fondo e del ciclismo a ogni singolo appassionato che sceglie la qualità del gruppo MVC. Da oggi, quel filo diventa un punto di cucitura reale, capace di riparare e far rinascere i capi tecnici che hanno accompagnato chilometri di fatica e divertimento. Con il lancio ufficiale di “Back on Track”, l’azienda di Fonzaso, leader mondiale con il marchio Sportful e punto di riferimento nel settore dell’abbigliamento tecnico, trasforma il concetto di assistenza post-vendita in una vera e propria missione di sostenibilità.

L’artigianalità al servizio dell’appassionato. Il cuore del progetto batte nell’MVC Store di Seren del Grappa, in località Caupo. È qui che il pubblico può portare i propri capi dei brand Castelli, Sportful e Karpos per sottoporli a una valutazione tecnica. Se l’intervento è ritenuto idoneo, il prodotto viene affidato alle mani esperte delle sarte dell’headquarter di Fonzaso. Si tratta dello stesso team di professioniste che da anni realizza prototipi e riparazioni per le squadre professionistiche, garantendo uno standard qualitativo che non ha eguali nel mercato.

Un impegno concreto per l’ambiente. L’iniziativa non è solo un servizio di cortesia, ma un pilastro della strategia ambientale di MVC Group. Come spiegato da Luca Savio, Direttore Finanziario e Operativo del gruppo, l’obiettivo è ridurre l’impatto ecologico attraverso il prolungamento del ciclo di vita dei prodotti. Invece di sostituire un capo danneggiato da una caduta o dall’usura, “Back on Track” interviene su cuciture, componenti e tessuti tramite l’applicazione di patch mirate, restituendo piena funzionalità all’attrezzatura tecnica in poche settimane.

Ricerca e valore nel tempo. Dietro questo servizio c’è un lavoro iniziato nel 2021, volto a studiare materiali che siano non solo performanti sulla neve o in sella a una bici, ma anche facilmente riparabili e riciclabili. Sportful, forte della sua eredità nata nel 1973 e della sua leadership nello sci di fondo, guida questo cambiamento culturale nel mondo outdoor: il valore di una giacca o di una calzamaglia tecnica non si esaurisce con una piccola rottura, ma si rinnova grazie al saper fare locale dei professionisti bellunesi.

Info point www.mvcgroup.com

ITINERARIO DI CONVIVENZA: IL FUTURO DELLO SCI DI FONDO PASSA PER GLI ATTI UFFICIALI

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Oltre ventiseimila parole per tracciare la rotta della disciplina nel Centro-Sud Italia. Dalla storica cornice di Alfedena fino ai palazzi della politica nazionale a Roma, il progetto promosso da Arturo Como riceve il supporto delle istituzioni e della FISI per trasformare le idee in infrastrutture concrete e salvaguardare la pratica sportiva dai cambiamenti climatici.

Il destino dello sci di fondo nel Centro-Sud Italia non è più solo una questione di passione, ma un impegno scritto e documentato. Arturo Como, responsabile FISI per l’area geografica interessata, ha ufficialmente iniziato la consegna degli atti relativi al convegno “Itinerario di Convivenza”. I primi a ricevere il corposo documento, che raccoglie gli interventi e le progettualità emerse negli ultimi mesi, sono stati l’assessore regionale Mario Quaglieri e il Presidente del comitato regionale FISI Angelo Ciminelli. L’iniziativa, nata il 5 dicembre scorso ad Alfedena e approdata lo scorso 20 febbraio alla Camera dei Deputati, punta a unire le forze politiche e sportive per dotare le località montane di impianti di innevamento artificiale, ormai indispensabili per contrastare l’incertezza climatica.

Una visione che parte dal territorio. Il progetto ha radici profonde ad Alfedena, località simbolo che funge da cerniera tra l’Alto Sangro e il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Nonostante le difficoltà iniziali e i protocolli d’intesa rimasti a lungo sulla carta, l’ostinazione di Como ha permesso di elevare il dibattito a livello interregionale. Il coinvolgimento di figure chiave come il senatore Liris, i deputati Testa e Pagano e il senatore Orsomarso, testimonia la volontà della politica di intervenire per tutelare una disciplina che rischiava di scomparire per mancanza di strutture adeguate.

Sinergia tra sport e istituzioni. La consegna degli atti è avvenuta simbolicamente a Ovindoli, in occasione dell’inaugurazione dell’Elisuperficie HEMS, a sottolineare il legame inscindibile tra salute, montagna e sport. Il Presidente FISI Flavio Roda, insieme a tecnici e consiglieri federali, ha seguito con attenzione ogni fase del percorso, confermando l’importanza del “noi” come motore del cambiamento. La squadra, che vede tra i sostenitori anche il campione olimpico Marco Albarello, si prepara ora a portare queste istanze sui tavoli nazionali per garantire agli atleti del Centro-Sud le stesse opportunità di allenamento dei colleghi del Nord.

La forza della resilienza. Arturo Como ha sottolineato come le resistenze incontrate lungo il cammino abbiano paradossalmente rafforzato la determinazione del movimento. Il successo di “Itinerario di Convivenza” dimostra che lo sci di fondo è una disciplina capace di unire realtà eterogenee, dalla scuola alla Chiesa, fino alle massime cariche dello Stato. Il lavoro condiviso proseguirà ora con la consegna dei documenti alla Provincia dell’Aquila e ai referenti ministeriali, con l’obiettivo di trasformare le ventiseimila parole degli atti in cantieri e piste innevate per le nuove generazioni.

Nella foto d’apertura: da sinistra Mario Quaglieri Assessore regione Abruzzo con delega sport, aree interne e bilancio, Arturo Como referente FISI Sci di Fondo Centro Sud Italia e
Angelo Ciminelli presidente comitato regionale FISI.

IL SILENZIO DI FIAMES: IL FONDO A CORTINA NON PUÒ MORIRE

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Un patrimonio lungo oltre cinquant’anni rischia di scomparire tra i vincoli burocratici, lasciando appassionati e operatori locali senza risposte proprio nel cuore della stagione invernale. Ecco perché la chiusura delle piste di Fiames è un paradosso che colpisce al cuore l’identità ampezzana.

Cinquant’anni di storia sulla neve. Era il 1971 quando lo sci di fondo iniziava a tracciare i suoi binari nel territorio di Cortina d’Ampezzo, consolidandosi poi nel 1974 con la nascita della prima scuola dedicata. Da allora, la piana di Fiames è diventata molto più di una semplice infrastruttura sportiva: è un punto di riferimento sociale ed economico che ha accolto generazioni di atleti, famiglie e turisti. Per oltre mezzo secolo, le piste hanno operato in totale sicurezza, senza incidenti o stravolgimenti ambientali, integrandosi perfettamente in un ecosistema che oggi, improvvisamente, sembra volerle respingere per ragioni puramente normative e poco trasparenti.

Un corto circuito comunicativo. La situazione attuale rasenta il paradosso: mentre i canali ufficiali di promozione turistica continuano a invitare gli appassionati a godersi la neve della Regina delle Dolomiti, le piste di Fiames restano sbarrate. Molti sciatori, giunti a Cortina attirati da questa offerta, si sono trovati di fronte a un servizio inesistente, con ripercussioni immediate sull’immagine della località. Non è la mancanza di neve a fermare i ganci degli scarponi, ma una fitta coltre di vincoli mai chiariti che sta generando disservizi, delusione e un danno concreto a chi, di questo sport, ne ha fatto una professione.

Il peso delle scelte sulla comunità locale. Le conseguenze di questo blocco non si limitano al solo ambito sportivo. La chiusura penalizza direttamente i maestri di sci, i noleggiatori e l’intero indotto turistico della zona. In un panorama alpino dove la concorrenza tra le destinazioni è altissima, indebolire un’offerta sostenibile e accessibile come il fondo significa perdere competitività. Resta inoltre il dubbio sull’equità di tali restrizioni: se nell’area di Fiames è stato possibile realizzare complessi come il Villaggio Olimpico superando ostacoli tecnici, perché non è possibile trovare una soluzione per un’attività a impatto zero che si svolge su terreno ghiacciato e coperto dal manto nevoso?

Un appello per il futuro dello sport. La richiesta alle Autorità competenti e al Comune di Cortina d’Ampezzo è chiara e urgente: riaprire i tracciati di Fiames. Si chiedono soluzioni concrete, come deroghe stagionali mirate, che tengano conto della realtà dei fatti: in inverno il rischio idrogeologico è minimizzato dal gelo, e i pericoli tipici della stagione, come le valanghe, sono sempre stati gestiti con professionalità. È tempo di rispettare gli impegni presi con i cittadini e con i turisti, tutelando un valore che è parte integrante dell’anima di Cortina.

Firma anche tu QUI.

NORDENSKIÖLDSLOPPET, IL MIO SOGNO NORDICO

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Cosa spinge un uomo a sfidare il Circolo Polare Artico nella gara di sci di fondo più lunga e dura del mondo? Tra le nevi di Jokkmokk, dove la leggenda incontra l’ignoto, Massimo Bursi ci conduce in un viaggio introspettivo lungo 220 chilometri. Un racconto dove la forza fisica cede il passo alla resilienza mentale e il traguardo diventa un atto puramente umano.

Massimo Bursi

In Scandinavia, in passato, gli sci erano un efficiente mezzo di trasporto. Durante la sua spedizione in Groenlandia nel 1883, l’esploratore polare Adolf Erik Nordenskiöld lasciò che due uomini del suo equipaggio esplorassero con gli sci le aree interne sconosciute del continente di ghiaccio. Dopo circa 57 ore, i due Sámi originari della zona di Jokkmokk tornarono esausti, dichiarando di aver percorso complessivamente 460 chilometri. Nordenskiöld riportò l’episodio nel resoconto della spedizione, ma molti lettori faticarono a crederci: coprire una distanza simile in così poco tempo, esclusivamente sugli sci, sembrava semplicemente impossibile.

Una gara che risale alla fine dell’800. Per rispondere agli scettici, Nordenskiöld organizzò una gara di sci da Jokkmokk a Kvikkjokk e ritorno: era davvero possibile percorrere 220 chilometri in un solo giorno? Il 3 aprile 1884 la gara ebbe inizio. Diciotto uomini si presentarono sulla linea di partenza. Dopo 21 ore e 22 minuti, Pavva Lars Tuorda tagliò il traguardo, dimostrando che ciò che molti ritenevano impossibile poteva, invece, diventare realtà. E l’odierna competizione si ispira direttamente a quella storica sfida ottocentesca.

«Mi dissero: “i tuoi sogni non ti porteranno da nessuna parte” ed io andai ovunque.» (Joy Musaj)

Un’insana attrazione. Anni fa venni a conoscenza di questa gara, ma cercai subito di reprimerne l’idea: non volevo nemmeno sentirne parlare, tantomeno impegnarmi nella sua preparazione. Eppure, ciclicamente, quel sogno tornava a riaffiorare, alimentato da tre concetti che continuavano a ronzarmi in testa: Circolo Polare Artico, la gara più lunga del mondo, la gara più dura del mondo. Una gara di 220 chilometri – sì, proprio così, duecentoventi – da completare entro 30 ore. Un richiamo irresistibile. Così, un anno fa, decisi di iscrivermi. Perché 220 chilometri non sono solo per i professionisti. Sono per i sognatori. Per chi cerca l’avventura. Per chi vuole scoprire fino a dove può spingersi.

Un’idea, un desiderio, un progetto. Tutto nasce come un sogno: vago, lontano, quasi infantile. Poi, lentamente, nella mente prende forma un obiettivo. Il sogno diventa razionale. Misurabile. Ma un obiettivo resta sterile se non si trasforma in progetto. Il progetto è fatto di allenamenti, piani, attrezzatura, logistica, viaggi e, quando possibile, di compagni lungo il cammino. È la fase meno romantica, ma quella che dà concretezza al sogno.

A colloquio con me stesso. Nonostante gli allenamenti quotidiani – corsa, skiroll, SkiErg e sci non appena possibile – nonostante tredici edizioni della Marcialonga e due Vasaloppet alle spalle, pochi giorni prima della partenza avevo paura. Temevo davvero di non farcela. «Massimo, non è una debolezza. È il passaggio obbligato di chi affronta qualcosa di fuori scala. Temere di non farcela significa solo che stai prendendo sul serio questa impresa.»

Avvicinandosi la gara, il mio corpo era stanco. La mente non poteva più barare. Per mesi mi ero detto che stavo preparando la gara. Ora era reale. Stavo guardando l’ignoto dritto negli occhi. «L’impresa non è finire. L’impresa è restare dentro il prossimo passo. Se finirai, bene. Se non finirai, questo non cancella ciò che sei. E quando, tra il chilometro 130 e 170, arriverà il pensiero “forse non ce la faccio”, ricordati questa frase: “Non devo farcela oggi. Devo solo andare avanti adesso.”»

Questo non è motivarsi. È gestire. Questa gara non si porta a termine con la forza. Si porta a termine con il rispetto del proprio corpo, con l’adattamento all’ignoto e con la continuità. Ed è questo che ho allenato: da solo, nei lunghi pomeriggi in compagnia soltanto della fatica. Soprattutto a livello mentale. Non sono un solitario. Non amo allenarmi da solo. Eppure, in questa avventura, mi sono ritrovato solo con esclusione di diverse uscite con Filippo ed Alessandro. Ma proprio lì ho scoperto che potevo farcela.

Finalmente il colpo di fucile. A Jokkmokk nevica. Mancano pochi minuti alle cinque del mattino. Siamo oltre 500 atleti sulla linea di partenza. Ognuno sistema la sacca dei ricambi, controlla l’attrezzatura, cerca di non raffreddarsi. Un colpo di fucile e via, si parte. Gli sci scorrono bene. L’aria è ricca di ossigeno: siamo a circa 300 metri sul livello del mare. Il paesaggio nordico di betulle e conifere incanta. Attraversiamo un lago ghiacciato vasto quanto il Lago di Garda. «Massimo, sei al Circolo Polare Artico.» mi ripeto. Nessun animale. Nessun uccello. Solo il freddo, il respiro e il battito del cuore.

Le basi-vita si succedono regolari. I chilometri scorrono forse troppo velocemente rispetto alle previsioni. Le salite – 1.800 metri di dislivello complessivo – si conquistano metro dopo metro. Due volte superiamo un passo a 430 metri: non era esattamente ciò che avevo ordinato nel menù artico.

La crisi, eccola. Dopo 12/13 ore di marcia forzata arriva la fatica vera. La mente smette di chiedersi come arrivare in fondo e inizia a martellare: “E se non fossi all’altezza?” È una domanda nuda. Senza risposta tecnica. La parte più dura di questa gara non è la fatica, ma l’intimità: quando non puoi più fingere, distrarti, rimandare. Resti tu, stanco e fragile. E questo spaventa più del freddo, più del vento, più della distanza. La resilienza mentale. In gare come la Nordenskiöldsloppet si parla spesso di forza mentale. Ma la resilienza non ha nulla a che fare con il serrarsi i denti o con l’andare contro se stessi. Quella è solo resistenza e, prima o poi, presenta il conto.

La resilienza mentale, qui, è un’altra cosa: è la capacità di restare quando tutto dentro di te suggerirebbe di smettere. Restare non nello sforzo massimo, ma nella realtà del momento. A un certo punto la fatica non è più un avversario da battere: diventa un dato di fatto. Ignorarla è inutile, contrastarla è dispendioso. L’unica strada è dialogare con essa.

No, non cedo. C’è un momento in cui la gara smette di essere esterna. Non è più lì davanti, sulla traccia battuta: è dentro. La domanda non è più “come arrivo in fondo?”, ma “Sono davvero all’altezza di ciò che ho scelto?”. È una domanda pericolosa perché non ammette risposte tecniche: non la risolvi con una sciolinatura migliore o con un cambio di ritmo. È una domanda identitaria e per questo pesa così tanto.

In quel punto ho capito una cosa semplice: non si può reggere mentalmente una distanza di 220 chilometri. Nessun essere umano lo fa. Nemmeno i migliori. La resilienza non consiste nel pensare in grande, ma nel frammentare l’esperienza: ridurre l’orizzonte fino a renderlo abitabile.

Esiste una strategia? Il prossimo chilometro. La prossima base-vita. La prossima salita. Non è una strategia di fuga: è una strategia di presenza. Quando la mente resta agganciata al passo immediatamente successivo, il carico psicologico diventa sostenibile. In quelle ore il dialogo con me stesso diventa continuo. Non enfatico, non motivazionale: funzionale. Respiro, sistemo la postura, allineo il gesto al ritmo. Mi parlo come si fa con qualcuno che deve continuare, non come con qualcuno da spronare: “respira”, “rilassa le spalle”, “spingi con le braccia”.

Quando arriva la fatica vera, non la interpreto come un segnale di fallimento, ma come informazione: il corpo sta lavorando. La locomotiva consuma carbone, sì, ma continua ad avanzare. La fatica non è il sintomo della fine: è il prezzo del movimento.

Essere resilienti non significa ignorare il limite, ma riconoscerlo senza farsene schiacciare. La resilienza è fatta di micro-scelte: bere prima di avere sete, mangiare prima di essere vuoti, rallentare prima di rompersi. Non sono segni di debolezza: sono atti di intelligenza adattiva.

Notte artica. Alla fine, ho capito che questa gara non si finisce con un colpo solo. Si finisce per continuità. Continuare nonostante tutto, ma non contro tutto. Continuare insieme al corpo, non sopra di esso. La resilienza mentale non è un atto eroico: è una lunga serie di piccoli aggiustamenti invisibili, fatti in silenzio, quando nessuno guarda. Arriva il buio e con esso la notte artica. Nevica di nuovo. Provo a mangiare un piatto caldo di pasta alla carbonara, ma, malgrado la fame, devo lasciarla: sento che lo stomaco si sta chiudendo. La neve, ghiacciando, diventa veloce. La notte mi avvolge nel cono della pila frontale. Le basi-vita sono tende tradizionali lapponi: una stufa al centro, pelli di renna sulle panche. Un richiamo fortissimo. «Massimo, resisti alle sirene. Se entri ora, non esci più.»

Delirio di onnipotenza. A cinquanta chilometri dall’arrivo, dopo una telefonata alla famiglia e sotto l’aurora boreale, qualcosa cambia. Una scarica di energia impropria. Un delirio di onnipotenza. Abbandono il kit di sopravvivenza per andare più leggero. Ora voglio solo arrivare e sentire l’acqua calda sulla pelle. Nel buio risuonano le parole di Guccini che si rifà ad un brano biblico del profeta Isaia “Sentinella, a che punto è la notte? La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato, sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato…”

Durante la notte i volontari delle basi-vita mi chiedono come sto, se ho crampi, vogliono verificare che sia lucido e sono pronti a bloccarmi in caso di problemi cognitivi. All’ultimo chilometro, una caduta violenta. La pila frontale scivola verso un torrente. La recupero togliendo gli sci. Arriverò alle tre di notte, dolorante, ma intero.

Il giorno dopo. Il sole sorge su Jokkmokk. Con Noel, amico tedesco conosciuto per caso, assisto agli ultimi arrivi. Michael, un altro amico svedese al settimo tentativo, arriva in tempo, lo sorreggo e piange dall’emozione. Bernardette, madre di tre figli, conclude la gara al terzo tentativo per dimostrare la tenacia femminile scandinava.

Qui capisco davvero cosa significa questa gara. Non è solo una prova sportiva. È un atto umano. Un fatto umano.

Photo credit: www.nordenskioldsloppet.com

ALIMENTAZIONE E SPORT: IL RITORNO ALLA SEMPLICITÀ CONTRO I FALSI MITI

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Il trend del “food first” conquista gli sportivi quotidiani, riportando al centro i cibi naturali ed essenziali. Le Prugne della California diventano protagoniste di un approccio sostenibile e consapevole al benessere, lontano dalle soluzioni artificiali e dalle restrizioni inutili.

Negli ultimi anni, il mondo della nutrizione sportiva è stato dominato da un linguaggio tecnico fatto di shake, barrette iper-specializzate e formule pre-workout. Tuttavia, per chi vive lo sport come parte integrante del proprio benessere quotidiano, questo modello sta mostrando i suoi limiti. Sta emergendo con forza una filosofia diversa, quella del food first: un ritorno al cibo nella sua forma più pura ed essenziale, capace di sostenere l’attività fisica senza complicare la vita reale.

Il ruolo delle Prugne della California. In questo scenario di riscoperta del naturale, le Prugne della California si distinguono come un alimento ideale. Naturalmente ricche di carboidrati, fibre e micronutrienti essenziali come il potassio, rappresentano una scelta pratica e versatile. Non sono solo uno snack pronto al consumo, ma una risorsa preziosa per accompagnare il movimento senza ricorrere a prodotti ultra-processati, integrandosi perfettamente nei ritmi frenetici di chi cerca l’equilibrio tra salute e prestazione.

Smontare i pregiudizi. L’adozione di un regime alimentare “pulito” e funzionale passa necessariamente attraverso il superamento di alcuni luoghi comuni che ancora condizionano molti sportivi. Sport non significa rinuncia. Non è necessario bandire il dolce per essere in forma; la dolcezza naturale delle prugne soddisfa il palato senza zuccheri aggiunti. Recupero naturale. Il post-allenamento moderato non richiede necessariamente soluzioni chimiche: i minerali e l’energia delle prugne sono sufficienti per reintegrare le riserve. Semplicità contro tecnicismo. Lo snack sportivo non deve essere per forza industriale; esistono alternative naturali che non trasformano ogni sessione di movimento in una “performance” estrema.

La voce della wellness ambassador. A farsi portavoce di questo stile di vita è Michela Coppa, wellness ambassador delle Prugne della California. Secondo Michela, lo sport e l’alimentazione devono essere sistemi liberi da regole rigide e stressanti. Scegliere alimenti semplici e riconoscibili permette di mantenere una routine attiva e realistica nel tempo, dove il benessere non è un traguardo faticoso ma una pratica naturale di ascolto del proprio corpo.

Info point www.californiaprunes.net/it

MARCIALONGA REGINA DEL FONDO: ELETTA EVENTO DELL’ANNO PER LA QUARTA VOLTA

Il prestigioso circuito Ski Classics incorona nuovamente la granfondo trentina come la migliore gara della stagione. Un riconoscimento che celebra l’eccellenza organizzativa delle Valli di Fiemme e Fassa e la passione dei volontari, proiettando la manifestazione verso l’edizione numero 54 in programma a gennaio 2027.

La Marcialonga di Fiemme e Fassa si conferma l’evento più amato nel panorama internazionale dello sci di fondo. Nonostante la Vasaloppet detenga il primato dei numeri, la “regina delle granfondo” italiana ha conquistato per la quarta volta il titolo di “Event of the Season” assegnato dal circuito Ski Classics. Il premio, frutto delle votazioni di atleti, team manager e organizzatori del circuito mondiale long-distance, riconosce alla gara disputata lo scorso 25 gennaio una qualità organizzativa e un calore umano senza pari, capaci di affascinare soprattutto il pubblico scandinavo che vede in questo tracciato, immerso nei borghi storici del Trentino, un’esperienza unica al mondo.

www.newspower.it

Un successo collettivo. Il presidente Tiziano Romito ha espresso grande soddisfazione, sottolineando come la Marcialonga sia stata il motore della crescita sportiva del territorio, facendo da apripista ai mondiali di sci nordico e alle imminenti Olimpiadi del 2026. Nonostante un’edizione caratterizzata da condizioni meteo non facili, la gestione è stata impeccabile grazie all’instancabile lavoro dei volontari, vero cuore pulsante delle valli. Questo risultato non è un caso isolato: nella storia del premio, la Marcialonga è sempre salita sul podio, collezionando oltre ai quattro ori anche quattro secondi posti e un terzo posto, a dimostrazione di una costanza qualitativa eccezionale.

Lo sguardo rivolto al futuro. Il direttore generale Davide Stoffie ha evidenziato come questo premio rappresenti la “ciliegina sulla torta” di un impegno corale che coinvolge istituzioni, imprese e l’intera comunità locale. Anche il direttore di Ski Classics, Oskar Svärd, ha voluto omaggiare l’evento lodandone l’atmosfera e gli scenari che sanno unire campioni e amatori. Mentre i festeggiamenti continuano, la macchina organizzativa non si ferma: il focus si sposta ora sulla Marcialonga Cycling Craft del 31 maggio e sulla Running Coop di settembre, tappe di avvicinamento alla 54.a edizione invernale già fissata per il 31 gennaio 2027.

Info point www.marcialonga.it

DOROTHEA WIERER E SPORTFUL: UN NUOVO CAPITOLO TRA AGONISMO E DESIGN

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Il legame storico tra la campionessa di biathlon e l’azienda di Fonzaso si evolve, trasformando l’atleta in una figura strategica per il futuro dell’abbigliamento tecnico femminile. Una sinergia che promette di ridefinire gli standard stilistici e funzionali dello sci di fondo.

Il confine tra il campo di gara e l’ufficio stile si fa sempre più sottile a Fonzaso, dove Sportful ha annunciato ufficialmente l’evoluzione della partnership con Dorothea Wierer. Dopo una carriera costellata di successi mondiali e olimpici nel biathlon, l’atleta non abbandona i colori del brand bellunese, ma assume un ruolo operativo senza precedenti. La storica linea “Doro Style” funge da trampolino per una collaborazione a 360 gradi: Wierer supervisionerà l’intera collezione femminile dedicata allo sci di fondo, portando in dote un bagaglio tecnico maturato in decenni di competizioni ai massimi livelli.

Dalla neve al tavolo dei progettisti. La trasformazione di Dorothea da testimonial a consulente strategica rappresenta un cambio di paradigma per il settore. La sua profonda conoscenza dei materiali, necessaria per affrontare le rigide temperature invernali, si fonderà con la capacità d’innovazione di Sportful. L’obiettivo dichiarato è quello di trasferire le performance richieste dagli atleti d’élite in prodotti accessibili a ogni sciatrice, garantendo una vestibilità che non rinunci all’eleganza. Non si tratterà quindi solo di estetica, ma di una revisione profonda dei tagli e dei tessuti, ottimizzati grazie ai feedback diretti della campionessa.

La visione dell’azienda e della campionessa. L’entusiasmo per questa nuova sfida è condiviso dai vertici di MVC Group. Alessio Cremonese, Presidente Esecutivo del gruppo, sottolinea come questo legame rappresenti uno dei percorsi di maggior successo nella storia dell’azienda, volto a consolidare la leadership nel mercato tecnico. Allo stesso modo, Federico Mele, Brand Manager di Sportful, evidenzia il vantaggio competitivo derivante dall’avere una figura capace di analizzare minuziosamente ogni dettaglio, dai ganci dei sistemi di chiusura alla traspirabilità delle fibre. Per Dorothea, questa collaborazione rappresenta la naturale prosecuzione di un rapporto vissuto come una famiglia, permettendole di restare protagonista nel mondo della neve con una prospettiva nuova e ambiziosa.

Info point www.sportful.com

VASALOPPET 2026: IL TRIONFO DELLA DETERMINAZIONE NONOSTANTE LA SFIDA DELLA NEVE

L’edizione 102 della leggendaria maratona svedese si chiude con numeri record di iscritti e una prova di forza senza precedenti per i partecipanti, mentre l’organizzazione guarda già al 2027 e ai Mondiali di Falun con una struttura societaria solida e professionale.

Una sfida oltre il limite. Le foreste innevate che collegano Sälen a Mora sono state teatro, lo scorso 1 marzo, di una delle edizioni più dure della storia recente. Con circa 10-20 cm di neve fresca caduta proprio durante la gara, la 102ª Vasaloppet ha messo a dura prova i 63.400 iscritti della Settimana Invernale. Tommy Höglund, direttore sportivo dell’evento, ha sottolineato come la tenacia degli sciatori sia stata straordinaria: nonostante un’allerta meteo gialla, il 92% degli iscritti si è presentato regolarmente al via di Berga By. La neve fresca, incollandosi sotto gli sci, ha reso i tempi di percorrenza mediamente più lunghi di un’ora, trasformando la gara in un’epopea di resistenza che persino i veterani con trent’anni di esperienza hanno definito come la più difficile mai affrontata.

I numeri del successo e della fatica. Se nelle gare precedenti della settimana il tasso di completamento aveva raggiunto il 96%, la domenica della Vasaloppet ha visto il 78% dei partenti tagliare il traguardo. Un dato significativo riguarda i ritiri, avvenuti per oltre la metà prima della metà percorso a causa dello sforzo fisico eccessivo richiesto dalle condizioni del manto nevoso. Per gestire una macchina organizzativa di tale portata, che non si limita solo all’evento invernale ma spazia fino alla Summer Week di agosto tra ciclismo e corsa, la società Vasaloppet opera con una struttura di alto profilo. L’azienda conta oggi 35 dipendenti a tempo pieno impiegati tutto l’anno e genera un fatturato di 150 milioni di corone svedesi, pari a circa 13 milioni di euro, a dimostrazione di quanto questo evento sia un pilastro economico e sportivo per l’intera regione della Dalarna.

Orizzonte 2027 tra tradizione e innovazione. L’organizzazione non si ferma e ha già aperto le iscrizioni per il 2027, anno che si preannuncia storico. La Settimana Invernale coinciderà infatti con i Campionati Mondiali di sci nordico a Falun, creando un polo d’attrazione mondiale per gli amanti degli sci stretti. Tra le novità confermate per il futuro, il potenziamento dei battipista durante la gara per garantire tracce migliori anche in caso di nevicate in corso e l’affinamento del sistema dei “pace guides” per aiutare i partecipanti a gestire i cancelli orari. Chi non è riuscito a raggiungere Mora quest’anno è già invitato a riprovarci, perché come ricorda la dirigenza svedese, la bellezza della Vasaloppet risiede proprio nella sua capacità di offrire una nuova opportunità e condizioni sempre diverse ogni anno.

Info point Sito ufficiale: www.vasaloppet.se