NORDENSKIÖLDSLOPPET, IL MIO SOGNO NORDICO

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Cosa spinge un uomo a sfidare il Circolo Polare Artico nella gara di sci di fondo più lunga e dura del mondo? Tra le nevi di Jokkmokk, dove la leggenda incontra l’ignoto, Massimo Bursi ci conduce in un viaggio introspettivo lungo 220 chilometri. Un racconto dove la forza fisica cede il passo alla resilienza mentale e il traguardo diventa un atto puramente umano.

Massimo Bursi

In Scandinavia, in passato, gli sci erano un efficiente mezzo di trasporto. Durante la sua spedizione in Groenlandia nel 1883, l’esploratore polare Adolf Erik Nordenskiöld lasciò che due uomini del suo equipaggio esplorassero con gli sci le aree interne sconosciute del continente di ghiaccio. Dopo circa 57 ore, i due Sámi originari della zona di Jokkmokk tornarono esausti, dichiarando di aver percorso complessivamente 460 chilometri. Nordenskiöld riportò l’episodio nel resoconto della spedizione, ma molti lettori faticarono a crederci: coprire una distanza simile in così poco tempo, esclusivamente sugli sci, sembrava semplicemente impossibile.

Una gara che risale alla fine dell’800. Per rispondere agli scettici, Nordenskiöld organizzò una gara di sci da Jokkmokk a Kvikkjokk e ritorno: era davvero possibile percorrere 220 chilometri in un solo giorno? Il 3 aprile 1884 la gara ebbe inizio. Diciotto uomini si presentarono sulla linea di partenza. Dopo 21 ore e 22 minuti, Pavva Lars Tuorda tagliò il traguardo, dimostrando che ciò che molti ritenevano impossibile poteva, invece, diventare realtà. E l’odierna competizione si ispira direttamente a quella storica sfida ottocentesca.

«Mi dissero: “i tuoi sogni non ti porteranno da nessuna parte” ed io andai ovunque.» (Joy Musaj)

Un’insana attrazione. Anni fa venni a conoscenza di questa gara, ma cercai subito di reprimerne l’idea: non volevo nemmeno sentirne parlare, tantomeno impegnarmi nella sua preparazione. Eppure, ciclicamente, quel sogno tornava a riaffiorare, alimentato da tre concetti che continuavano a ronzarmi in testa: Circolo Polare Artico, la gara più lunga del mondo, la gara più dura del mondo. Una gara di 220 chilometri – sì, proprio così, duecentoventi – da completare entro 30 ore. Un richiamo irresistibile. Così, un anno fa, decisi di iscrivermi. Perché 220 chilometri non sono solo per i professionisti. Sono per i sognatori. Per chi cerca l’avventura. Per chi vuole scoprire fino a dove può spingersi.

Un’idea, un desiderio, un progetto. Tutto nasce come un sogno: vago, lontano, quasi infantile. Poi, lentamente, nella mente prende forma un obiettivo. Il sogno diventa razionale. Misurabile. Ma un obiettivo resta sterile se non si trasforma in progetto. Il progetto è fatto di allenamenti, piani, attrezzatura, logistica, viaggi e, quando possibile, di compagni lungo il cammino. È la fase meno romantica, ma quella che dà concretezza al sogno.

A colloquio con me stesso. Nonostante gli allenamenti quotidiani – corsa, skiroll, SkiErg e sci non appena possibile – nonostante tredici edizioni della Marcialonga e due Vasaloppet alle spalle, pochi giorni prima della partenza avevo paura. Temevo davvero di non farcela. «Massimo, non è una debolezza. È il passaggio obbligato di chi affronta qualcosa di fuori scala. Temere di non farcela significa solo che stai prendendo sul serio questa impresa.»

Avvicinandosi la gara, il mio corpo era stanco. La mente non poteva più barare. Per mesi mi ero detto che stavo preparando la gara. Ora era reale. Stavo guardando l’ignoto dritto negli occhi. «L’impresa non è finire. L’impresa è restare dentro il prossimo passo. Se finirai, bene. Se non finirai, questo non cancella ciò che sei. E quando, tra il chilometro 130 e 170, arriverà il pensiero “forse non ce la faccio”, ricordati questa frase: “Non devo farcela oggi. Devo solo andare avanti adesso.”»

Questo non è motivarsi. È gestire. Questa gara non si porta a termine con la forza. Si porta a termine con il rispetto del proprio corpo, con l’adattamento all’ignoto e con la continuità. Ed è questo che ho allenato: da solo, nei lunghi pomeriggi in compagnia soltanto della fatica. Soprattutto a livello mentale. Non sono un solitario. Non amo allenarmi da solo. Eppure, in questa avventura, mi sono ritrovato solo con esclusione di diverse uscite con Filippo ed Alessandro. Ma proprio lì ho scoperto che potevo farcela.

Finalmente il colpo di fucile. A Jokkmokk nevica. Mancano pochi minuti alle cinque del mattino. Siamo oltre 500 atleti sulla linea di partenza. Ognuno sistema la sacca dei ricambi, controlla l’attrezzatura, cerca di non raffreddarsi. Un colpo di fucile e via, si parte. Gli sci scorrono bene. L’aria è ricca di ossigeno: siamo a circa 300 metri sul livello del mare. Il paesaggio nordico di betulle e conifere incanta. Attraversiamo un lago ghiacciato vasto quanto il Lago di Garda. «Massimo, sei al Circolo Polare Artico.» mi ripeto. Nessun animale. Nessun uccello. Solo il freddo, il respiro e il battito del cuore.

Le basi-vita si succedono regolari. I chilometri scorrono forse troppo velocemente rispetto alle previsioni. Le salite – 1.800 metri di dislivello complessivo – si conquistano metro dopo metro. Due volte superiamo un passo a 430 metri: non era esattamente ciò che avevo ordinato nel menù artico.

La crisi, eccola. Dopo 12/13 ore di marcia forzata arriva la fatica vera. La mente smette di chiedersi come arrivare in fondo e inizia a martellare: “E se non fossi all’altezza?” È una domanda nuda. Senza risposta tecnica. La parte più dura di questa gara non è la fatica, ma l’intimità: quando non puoi più fingere, distrarti, rimandare. Resti tu, stanco e fragile. E questo spaventa più del freddo, più del vento, più della distanza. La resilienza mentale. In gare come la Nordenskiöldsloppet si parla spesso di forza mentale. Ma la resilienza non ha nulla a che fare con il serrarsi i denti o con l’andare contro se stessi. Quella è solo resistenza e, prima o poi, presenta il conto.

La resilienza mentale, qui, è un’altra cosa: è la capacità di restare quando tutto dentro di te suggerirebbe di smettere. Restare non nello sforzo massimo, ma nella realtà del momento. A un certo punto la fatica non è più un avversario da battere: diventa un dato di fatto. Ignorarla è inutile, contrastarla è dispendioso. L’unica strada è dialogare con essa.

No, non cedo. C’è un momento in cui la gara smette di essere esterna. Non è più lì davanti, sulla traccia battuta: è dentro. La domanda non è più “come arrivo in fondo?”, ma “Sono davvero all’altezza di ciò che ho scelto?”. È una domanda pericolosa perché non ammette risposte tecniche: non la risolvi con una sciolinatura migliore o con un cambio di ritmo. È una domanda identitaria e per questo pesa così tanto.

In quel punto ho capito una cosa semplice: non si può reggere mentalmente una distanza di 220 chilometri. Nessun essere umano lo fa. Nemmeno i migliori. La resilienza non consiste nel pensare in grande, ma nel frammentare l’esperienza: ridurre l’orizzonte fino a renderlo abitabile.

Esiste una strategia? Il prossimo chilometro. La prossima base-vita. La prossima salita. Non è una strategia di fuga: è una strategia di presenza. Quando la mente resta agganciata al passo immediatamente successivo, il carico psicologico diventa sostenibile. In quelle ore il dialogo con me stesso diventa continuo. Non enfatico, non motivazionale: funzionale. Respiro, sistemo la postura, allineo il gesto al ritmo. Mi parlo come si fa con qualcuno che deve continuare, non come con qualcuno da spronare: “respira”, “rilassa le spalle”, “spingi con le braccia”.

Quando arriva la fatica vera, non la interpreto come un segnale di fallimento, ma come informazione: il corpo sta lavorando. La locomotiva consuma carbone, sì, ma continua ad avanzare. La fatica non è il sintomo della fine: è il prezzo del movimento.

Essere resilienti non significa ignorare il limite, ma riconoscerlo senza farsene schiacciare. La resilienza è fatta di micro-scelte: bere prima di avere sete, mangiare prima di essere vuoti, rallentare prima di rompersi. Non sono segni di debolezza: sono atti di intelligenza adattiva.

Notte artica. Alla fine, ho capito che questa gara non si finisce con un colpo solo. Si finisce per continuità. Continuare nonostante tutto, ma non contro tutto. Continuare insieme al corpo, non sopra di esso. La resilienza mentale non è un atto eroico: è una lunga serie di piccoli aggiustamenti invisibili, fatti in silenzio, quando nessuno guarda. Arriva il buio e con esso la notte artica. Nevica di nuovo. Provo a mangiare un piatto caldo di pasta alla carbonara, ma, malgrado la fame, devo lasciarla: sento che lo stomaco si sta chiudendo. La neve, ghiacciando, diventa veloce. La notte mi avvolge nel cono della pila frontale. Le basi-vita sono tende tradizionali lapponi: una stufa al centro, pelli di renna sulle panche. Un richiamo fortissimo. «Massimo, resisti alle sirene. Se entri ora, non esci più.»

Delirio di onnipotenza. A cinquanta chilometri dall’arrivo, dopo una telefonata alla famiglia e sotto l’aurora boreale, qualcosa cambia. Una scarica di energia impropria. Un delirio di onnipotenza. Abbandono il kit di sopravvivenza per andare più leggero. Ora voglio solo arrivare e sentire l’acqua calda sulla pelle. Nel buio risuonano le parole di Guccini che si rifà ad un brano biblico del profeta Isaia “Sentinella, a che punto è la notte? La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato, sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato…”

Durante la notte i volontari delle basi-vita mi chiedono come sto, se ho crampi, vogliono verificare che sia lucido e sono pronti a bloccarmi in caso di problemi cognitivi. All’ultimo chilometro, una caduta violenta. La pila frontale scivola verso un torrente. La recupero togliendo gli sci. Arriverò alle tre di notte, dolorante, ma intero.

Il giorno dopo. Il sole sorge su Jokkmokk. Con Noel, amico tedesco conosciuto per caso, assisto agli ultimi arrivi. Michael, un altro amico svedese al settimo tentativo, arriva in tempo, lo sorreggo e piange dall’emozione. Bernardette, madre di tre figli, conclude la gara al terzo tentativo per dimostrare la tenacia femminile scandinava.

Qui capisco davvero cosa significa questa gara. Non è solo una prova sportiva. È un atto umano. Un fatto umano.

Photo credit: www.nordenskioldsloppet.com