Dalle piste italiane al calore di Trondheim, Johannes Klaebo rientra in Norvegia dopo un’impresa leggendaria che riscrive la storia dello sci di fondo, sognando solo il proprio letto e il cibo di casa.
L’aeroporto di Værnes si è trasformato quest’oggi in un teatro di festa e bandiere crociate per riabbracciare i protagonisti di una spedizione olimpica senza precedenti. Al centro dei riflettori, un Johannes Klaebo visibilmente emozionato ma provato dalle fatiche di un’Olimpiade italiana che lo ha consacrato come il più grande di sempre: sei medaglie d’oro su sei gare disputate, un en plein che abbatte ogni record precedente e trascina la Norvegia a un bottino storico di 41 podi complessivi. Ad accompagnarlo nello sbarco a Trondheim, i compagni di squadra Emil Iversen e Astrid Slind, accolti da una folla di tifosi e dai giovani sciatori dell’IL Varden di Meraker, pronti a rubare uno scatto con i propri idoli.
L’eccezionalità di un fuoriclasse moderno. La grandezza di Klæbo non risiede solo nei numeri, pur impressionanti, ma nel modo in cui riesce a rendere ineluttabile ogni sua vittoria. Vedere Johannes scivolare sulla neve di Tesero ha dato a tutti l’impressione di un atleta che disputa una gara diversa dagli altri, dominando con un’estetica e un’economia di movimenti che lo accostano a giganti come Usain Bolt o Michael Phelps. Eppure, il suo non è stato il percorso di un predestinato: a 14 anni era “uno tra tanti”, diciottesimo nei test di velocità. La sua evoluzione è il frutto di una dedizione quasi ascetica, passata per lunghi ritiri nello Utah per sfuggire alla fama norvegese e per il supporto fondamentale del nonno Kare Hosflot, mentore e amico che gli regalò i primi sci (usati) quando aveva solo due anni.
Il segreto del “klæbo-kliv”. Ciò che rende imbattibile il fenomeno di Oslo, cresciuto tra le nevi di Trondheim, è la sua capacità di “mettere il turbo” nei momenti decisivi grazie a una tecnica di corsa in salita che porta il suo nome. Il celebre “Klæbo-kliv” gli permette di risalire pendenze in doppia cifra a velocità prossime ai venti chilometri orari, un ritmo insostenibile per chiunque altro. Questa padronanza tecnica, unita a una crescita muscolare esponenziale e a una gestione maniacale dell’allenamento, lo ha portato a vincere tutto: dalle sprint alle massacranti 50 km, sia in tecnica classica che libera. Una superiorità che in patria incolla allo schermo oltre il 90% dei telespettatori, rendendolo un’icona pop capace di gestire canali YouTube di successo e persino un film sulla sua vita.
Il peso dell’oro e la voglia di casa. Nonostante il luccichio delle medaglie mostrate con orgoglio, il fuoriclasse non ha nascosto il desiderio di staccare la spina dopo oltre quaranta giorni lontano dagli affetti. Klaebo ha ammesso di sentire il bisogno di recuperare le energie, confessando che la sua priorità attuale non sono i festeggiamenti, ma il ritorno a una quotidianità fatta di cucina casalinga e del proprio letto. Un equilibrio mentale ritrovato anche grazie alla presenza in squadra di Emil Iversen, definito scherzosamente da Johannes come “il clown” del gruppo, fondamentale per alleggerire la pressione di un anno che lo ha visto trionfare prima ai Mondiali di casa nel 2025 e ora nell’Olimpiade italiana.
Compagni di gloria e nuove sfide. Accanto al “cannibale”, Iversen ha celebrato il suo oro in staffetta e un bronzo nella 50 km, sottolineando l’unicità dell’atmosfera olimpica appena vissuta. Per lui il futuro prevede il ritorno alle classiche granfondo come la Storlirennet, mentre Astrid Slind ha già spostato l’obiettivo sulla Vasaloppet di domenica prossima. Il rientro dei campioni suggella un’edizione che vede la Norvegia abbattere il muro delle 40 medaglie, superando il primato di Pyeongchang 2018. La tripletta maschile nella 50 km è stata l’immagine finale di un dominio assoluto nel fondo, sport che continua a trovare in questi atleti la massima espressione di fatica, tecnica e talento.
Per vedere un podio mono bandiera nella 50 km bisogna risalire a Sochi 2014, ma questo è un altro discorso. Intanto, resta un fatto: se Johannes Klæbo fosse un Paese, sarebbe al nono posto del medagliere con sole 6 gare disputate.


